Nuova edizione de «La cultura al plurale»
Le due figure più rappresentative del Sessantotto francese, e quindi in qualche modo del Sessantotto tout court, sono Guy Debord, inventore del situazionismo e autore de La società dello spettacolo, e Michel de Certeau, storico, sociologo, linguista, filosofo e gesuita, di sei anni più anziano e per questo partecipe del fenomeno “rivoluzionario” nella doppia veste di attore e studioso, di osservato e di osservatore. Del secondo torna in libreria la traduzione italiana di uno dei libri più noti La cultura al plurale (Milano, Vita e Pensiero, 2025, pagine 190, euro 20, traduzione di Mario Porro), uscito in francese in edizioni più volte rinnovate a partire dal 1974.
Il testo manifesta fin dalla struttura un’anima sessantottina. Si tratta infatti di un collage di interventi diversi: articoli, interviste, opere collettive, compresi in un’introduzione e una conclusione originali che forniscono una possibile, ma non unica, chiave interpretativa dell’insieme.
Interdisciplinarità e sperimentalismo sono alla base delle analisi di de Certeau, tutte centrate sui temi caratteristici del Sessantotto: politica, cultura, università, lavoro. Lo studioso individua con grande lucidità in Marx e Freud i riferimenti culturali decisivi del periodo, anche propri, e ingaggia con questo pensiero così invasivo una lotta titanica, dato che non gli riconosce l’esaustività. Piuttosto individua i limiti di tali costruzioni ideologiche, gli stessi che porteranno rapidamente all’esaurimento del movimento libertario del Sessantotto e al suo approdo a un ribellismo senza sbocco. Ciò che in Italia divenne il dramma dei cosiddetti anni di piombo.
Le premesse teoriche di Debord e de Certeau non sono lontane. Entrambi centrano la riflessione sull’evidenza di una trasformazione sociale in corso che mette in crisi la fiducia nelle istituzioni tradizionali ed evidenzia in parallelo l’affermarsi di quella che il primo chiama società dello spettacolo e il secondo teatralizzazione, anche se non rifiuta l’espressione usata dall’esponente della cultura sessantottina più giovane e aggressivo.
In questo contesto, il problema della cultura diviene immediatamente politico e la funzione della “cultura dotta” è individuata nella repressione. Tutto ciò che non è partecipato, ma è vissuto nella posizione dello spettatore, privo di autonomia creativa, viene considerato come imposto. Il linguaggio è letto come una forma di violenza in quanto creato, regolato e reso obbligatorio da un ceto al potere attraverso lo strumento di dominio rappresentato dal sistema scolastico, del quale si comincia a cogliere la perdita di centralità a favore di altre entità che agiscono nel campo della comunicazione e della trasmissione culturale. Neppure la scienza può vantare una posizione imparziale. Al contrario, deve confessare che tra le funzioni che la società le assegna c’è quella di «nascondere quello che pretende di mostrare». Infatti utilizza un linguaggio e rispetta ritualità tali da celare alla massa le conoscenze che pure raggiunge.
La realtà della violenza e dell’aggressività umane, della pulsione alla sopraffazione fanno sì che prima e oltre la riflessione politica prema l’urgenza di effettuare una riflessione antropologica
Viene individuato poi un ribaltamento del rapporto scuola famiglia, che vedeva tradizionalmente nella prima una funzione attiva e nella seconda una funzione di controllo sull’apprendimento. L’avvento dei media elettronici, oltre alla diffusione della comunicazione scritta e alla più agevole mobilità di massa, hanno fatto sì che le sollecitazioni culturali più ricche per gli studenti giungano già negli anni Sessanta da ambienti diversi da quelli della scuola, costretta dunque a svolgere lei il compito di controllare ciò che i giovani apprendono piuttosto che a deciderlo in prima istanza.
Particolare attenzione è rivolta al sistema universitario, all’interno del quale de Certeau operava, e riguardo al quale afferma che «l’introduzione della cultura di massa nell’università richiede la nascita del lavoratore studente e del lavoratore insegnante», inseguendo in questo un’utopia della conoscenza di derivazione maoista, all’epoca molto in voga.
La grandezza di de Certeau consiste nell’aver colto e interpretato appieno il sentire culturale degli anni in cui è vissuto, ma non si limita a questo, fu infatti capace anche di coglierne ed evidenziarne le contraddizioni, di spingere alle estreme conseguenze le pretese che venivano avanzate e di denunciarne l’incongruità.
«Che gli eruditi cambiano il mondo è il postulato degli eruditi», scrive da erudito, mettendo in discussione lui per primo, attraverso un doppio paradosso, la propria funzione sociale e nello stesso tempo la possibilità che grandi cambiamenti possano verificarsi grazie alla pressione diretta di una massa popolare indifferenziata e non attraverso l’azione di una minoranza consapevole e organizzata. Senza nascondersi che «un’altra cultura presupporrà ancora una repressione, anche se fonda una nuova partecipazione politica».
La realtà della violenza e dell’aggressività umane, della pulsione alla sopraffazione fanno sì che prima e oltre la riflessione politica prema l’urgenza di effettuare una riflessione antropologica, di indagare sulla natura di donne e uomini e sulle loro modalità di vivere i rapporti sociali e comunitari.
La lettura di La cultura al plurale ha infine un altro interesse, nient’affatto marginale. Il contesto politico descritto da de Certeau per la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta, nei quali i testi raccolti sono stati scritti, è quello di una crisi profonda dell’Occidente e di sfiducia generalizzata nel suo sistema di rappresentanza democratica. Questo è in definitiva il senso della definizione di società dello spettacolo attribuita alla collettività, immaginata davanti a un palcoscenico sul quale agiscono figure diverse nel ruolo ma partecipi tutte di una sola realtà culturale. Quella dominante, imposta attraverso una strumentazione che maschera a stento violenza e repressione.
È sempre utile essere consapevoli delle difficoltà storicamente insite nel funzionamento delle democrazie contemporanee, sempre sottoposte alle sollecitazioni che provengono dalle trasformazioni che la modernità impone. La crisi di fiducia nel sistema che si manifestò nel Sessantotto aveva motivazioni diverse da quella attuale. Oggi i problemi derivano con buona probabilità dalla piena affermazione delle comunicazioni elettroniche, trasferite dal livello di massa alla capillarizzazione estrema. Di una parte considerevole dell’etica del Sessantotto si riuscì a fare tesoro, senza rimanere prigionieri dei suoi estremismi.
Possiamo sperare che qualcosa di simile ci aspetti per i prossimi anni.
Sergio Valzania