Cara Giuseppina,
non potrai leggere questa lettera, non sei più tra di noi, mi hai lasciato mentre ero prigioniero all’isola d’Elba. Eppure, ti scrivo lo stesso. In un momento come questo, a chi potrei scrivere se non a te, che sei stata la mia compagna negli anni più belli della vita, quando tutto sembrava destinato ad andare bene e bene e poi ancora bene.
Anche allora ti scrivevo di notte, al lume di una candela, appoggiando carta e calamaio su di un piano traballante, dopo che Berthier e gli aiutanti di campo erano andati a dormire, nella solitudine del buio che sembra trasformare i suoni. O forse li cambia davvero, trasportandoli in un’aria rarefatta e immobile. Adesso mi circonda una Parigi addormentata, che però non riesce a dormire un sonno tranquillo. La notizia della sconfitta circola, arriva dovunque, insieme alla domanda su cosa succederà domattina, o la mattina successiva, su quando arriverà il nemico.
Non è più come allora, quando vincevo e mi sentivo invincibile, quando tutto andava sempre nel verso giusto. Merito tuo: eri tu a portarmi fortuna. Com’era bello rientrare a Parigi vittorioso e incontrarti di nuovo, abbracciarti, senza pensare troppo a quello che avevi fatto tu o a quello che avevo fatto io mentre eravamo lontani. Adesso, tornato da sconfitto, questa volta in modo decisivo, tutto è diverso. Tranne me: io sono lo stesso. Non mi sento neppure a disagio in questa situazione.
La battaglia è stata combattuta qui vicino, in Belgio, appena quattro giorni fa. Se l’avessi vinta l’avrei battezzata di Mont Saint-Jean, ma il nome glielo darà Wellington. È stata la sua battaglia, è giusto sia così e sono sicuro ne sceglierà uno facile da pronunciare in inglese. A Parigi arrivano di continuo nuove notizie, molte cattive, alcune pessime, tutte vere. Per me è stata un’esperienza nuova. Non avevo mai perso una battaglia prima. A dirti la verità non pensavo neppure che fosse possibile, eppure è successo. Ho visto l’esercito francese scomparire davanti ai miei occhi e trasformarsi in un fiume di sbandati terrorizzati, gli occhi sbarrati dalla paura, che scappavano correndo, gettando le armi, senza pensare a quello che facevano.
Io ero lì, in mezzo a loro, al centro del quadrato della Vecchia Guardia, e li osservavo impotente. Gli stessi uomini che avevano gridato il mio nome con entusiasmo mentre li passavo in rassegna poche ore prima, pronti a combattere e persino a morire per me, adesso fuggivano come un branco di pecore in preda al terrore, incapaci di pensare ad altro che a lasciare il campo di battaglia più velocemente possibile.
Per un attimo anch’io ho perso la testa, quanto loro ma in un altro modo: avevo deciso di morire combattendo, da generale, con la spada in pugno, alla testa degli ultimi soldati rimasti attorno a me. Me lo hanno impedito Soult e Drouot. Del resto, nessuno mi minacciava. Una giornata di combattimenti furibondi aveva sfiancato gli inglesi, sarebbe bastata una determinazione di poco maggiore per mettere loro in fuga, anziché noi. Erano senza le energie necessarie per combattere ancora. Gli ussari prussiani che inseguivano gli sconfitti non aveva il coraggio di avvicinarsi al quadrato della Vecchia Guardia. La cavalleria ha paura della fanteria ben organizzata, pronta ad accoglierla con raffiche di fucileria.

Mi sono allontanato dal campo di battaglia senza problemi, protetto dai miei grognard, cavalcando al passo nella sera e poi nella notte, mentre il buio infittiva. Il cielo era stellato. Se il bel tempo fosse arrivato un giorno prima avrei vinto e sarei ancora davvero imperatore.
Invece, per lanciare l’attacco agli inglesi abbiamo dovuto aspettare mezzogiorno, che il terreno si asciugasse e il fango non impedisse il movimento agli uomini e ai cavalli, e così i prussiani hanno avuto il tempo di arrivare.
O forse no. Forse tutto era già scritto, da quando ho deciso di lasciare l’Elba e anche da prima. Lo sapevo che non mi avrebbero lasciato governare la Francia, rinunciando all’Europa. Hanno troppa paura di me. E mi odiano, perché non sono come loro, ho dimostrato che non occorre essere figlio di un re per governare un Paese.
Finita la battaglia ho avuto qualche ora di tranquillità. Niente turbava il silenzio della notte, gli animali della campagna erano fuggiti per il frastuono della battaglia, anche il rumore degli zoccoli dei cavalli e dei passi dei soldati era attutito dal terreno allentato. Solo di tanto in tanto si sentiva in lontananza un grido o uno scoppio. Nessuno avrebbe creduto che fino a poche ore prima si fosse combattuto ferocemente. Poi, all’alba, tutto si è messo ad andare in fretta: c’era il pericolo di essere scoperti dalla cavalleria prussiana e riconosciuti, era necessario fuggire, correre. Prima a cavallo, poi su un calesse, a rotta di collo verso Parigi, fermandomi a mangiare non ricordo più né cosa, né dove. Quasi cento leghe in due giorni e mezzo. Sulla scalinata dell’Élysée mi aspettava Caulaincourt. Non abbiamo scambiato una sola parola. Sapeva già tutto, le cattive notizie corrono velocissime. Ci siamo abbracciati e mi ha accompagnato ai miei appartamenti, avendo cura di non farmi incontrare nessuno nelle sale e nei corridoi. L’unico ordine che ho dato è stato quello di prepararmi un bagno caldo.
Non ci crederai: è stato il più bello della mia vita. È come se mi avesse lavato di dosso la battaglia, la sconfitta, ogni problema da affrontare e risolvere. Nudo nella vasca ero come un bimbo, sapevo che oramai altri avrebbero pensato e deciso per me, quello che potevo fare, nel bene e nel male, lo avevo fatto.
Appena asciutto mi sono gettato sul letto e mi sono addormentato. Un sonno senza sogni, almeno non ne ricordo nessuno. Al mio risveglio sono tornato a essere l’imperatore, ma con la consapevolezza di quanto fosse assurdo tutto quello che mi circondava. Ho anche capito quanto sia sempre assurdo quel modo di vivere. La sconfitta mi ha aperto gli occhi su un sacco di vanità e leggerezze, di frivolezze e futilità, di miserie e illusioni.
Con inglesi e prussiani in marcia verso Parigi da nord, austriaci e russi che avanzano da est, l’esercito irrimediabilmente battuto, nessuna speranza di fermare il nemico, ancora molti si preoccupano di organizzare incontri e riunioni, di fare progetti per un futuro già scritto. Tornerà Luigi XVIII e con lui quel verme zoppo di Talleyrand, che è sempre capace di stare dalla parte di chi vince e di fingere di essere al suo servizio.
Un sacco di gente viene qui e vuol essere ricevuta, a cominciare da mio fratello Giuseppe. Li ascolto per stanchezza. Chiedono il mio parere, il mio appoggio, vogliono intervenire, si minacciano l’uno con l’altro. Fouché è il peggiore di tutti, come sempre. Bugiardo e traditore, anche se intelligente e astuto, ma non gli servirà a niente. Spera di cavarsela ancora una volta, ma il re non gli perdonerà di aver votato per la condanna a morte di suo fratello.
Anche queste sono meschinità, ambizioni senza senso. Ho governato sull’Europa intera e non sapevo cosa stavo combinando. Era un castello di carte che mi è cascato sulla testa due volte. Quasi non mi sembra vero che mi siano successe così tante cose in così poco tempo, di aver avuto una vita così densa. Non ho ancora compiuto quarantacinque anni è ho già vinto e perso quanto è possibile vincere e perdere. Tutto è durato meno di vent’anni, dal comando dell’armata d’Italia a oggi. Ho corso veloce quanto potevo, senza guardarmi attorno e adesso sono qui, solo, in questa oscurità appena intaccata dalla luce incerta di due candele mentre scrivo a te che non ci sei più.
Quello che mi stupisce è che mi sento sereno. Non ho timori, né paure. Tutto ciò che mi poteva accadere è già successo. La mia vita è dietro di me, davanti mi rimane solo l’attesa di rincontrarti, seppure questo accadrà. I preti dicono di sì e forse è vero. Comunque, vale la pena di sperarlo. Che tutto debba finire nel nulla mi pare uno spreco tale che è difficile da credere.
Non faccio progetti. La vita li farà per me e non mi è mai piaciuto farne troppi. Neppure in battaglia. Lo dicevo sempre, più o meno convinto «si comincia e poi si vede quello che succede». Non voglio neppure pensarci, al futuro. Arriverà da solo e non sarà molto divertente.
Ho una sola preoccupazione: coltivare la mia memoria futura. Fin da ragazzo, quando a Brienne leggevo le Vite parallele di Plutarco, ho sognato di diventare come loro, come quei personaggi di cui leggevo le avventure, i successi e gli insuccessi, ma sempre grandi, destinati a essere ricordati per sempre. Mi appassionavo soprattutto per Alessandro e per Cesare. Sognavo di diventare come loro.
Quasi mi vergogno a scriverlo: ci sono riuscito.
Per qualche anno, una ventina al massimo, continueranno a denigrarmi, a darmi del mostro, del tiranno, del massacratore, dell’orco che divora i suoi figli. Poi tutto passerà. Verranno alla luce il Codice Napoleone, le riforme dell’organizzazione dello Stato, le scuole, le strade, i cimiteri, le vaccinazioni, anche il franco germinale. Oltre al mio genio in battaglia, che nessuno tenta neppure di negare e che li ha sempre terrorizzati.
Ti sto annoiando, cara Giuseppina? Hai ragione, dove sei tu questo genere di cose non ha senso. Lascia però che siano di consolazione a un uomo sconfitto, e solo, che vede adesso annunciarsi la luce di un nuovo giorno. I mobili della stanza dove mi trovo stanno uscendo dal buio e presto tutto il palazzo riprenderà vita, nell’illusione che non sia accaduto niente, non ci siano state guerre, battaglie, vittorie e sconfitte. Quanto dolore inutile!
Ti saluto, mia adorata, nella speranza, sincera, di incontrarti presto.
IL TUO NAPOLEONE